consuetudine
Norma non scritta nata dall'uso ripetuto di una comunità; in diritto, fonte autonoma fondata sull'uso costante e sull'opinio iuris.
Definizione
Pratica collettiva che si è sedimentata nel tempo fino a diventare norma non scritta: non appartiene a un singolo, ma a un gruppo, a una comunità, a un'epoca. In diritto designa la fonte normativa che nasce dall'uso costante e dalla convinzione condivisa della sua obbligatorietà — ciò che i giuristi chiamano opinio iuris ac necessitatis.
Etimologia
Dal latino consuetudo (genitivo consuetudinis), derivato di consuescere, 'abituarsi, prendere l'abitudine'. Composto di con- (insieme) e suescere (abituarsi). Attestato in italiano dal Duecento.
Esempi d'uso
- «Era consuetudine nel paese che i vicini si aiutassero durante il raccolto, senza chiederlo.»
- «Alcune consuetudini sopravvivono alle leggi che le avrebbero dovute sostituire.»
- «In diritto internazionale la consuetudine è fonte primaria, al pari dei trattati.»
- «Non era una regola scritta da nessuna parte: era solo la consuetudine, e bastava.»
Sinonimi
più legata alle tradizioni locali o folcloristiche
individuale, non necessariamente collettiva come la consuetudine
con sfumatura di trasmissione intergenerazionale più marcata
Contrari
ciò che rompe la continuità della consuetudine
caso singolo che devia dalla norma consuetudinaria
Nota del Paroliere
La consuetudine è una delle forme più antiche di diritto — e forse la più onesta, perché nasce dal comportamento reale delle persone prima ancora che qualcuno lo codifichi. Nel diritto internazionale regola ancora oggi rapporti tra Stati in assenza di trattati. Nel parlato quotidiano ha perso parte della sua precisione giuridica, ma conserva qualcosa di più pesante dell'abitudine: la consuetudine non è solo quello che faccio, è quello che siamo abituati a fare insieme.
Fonti esterne
Il Paroliere fornisce definizioni originali. Le fonti esterne sono collegate per consultazione, non copiate.